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Lombard street

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Mese

luglio 2015

I disoccupati che non cercano lavoro

Sette anni di economia stagnante possono mettere alla prova la buona volontà di chiunque: sembra che in Italia molte persone senza lavoro abbiano deciso di lasciar perdere e smettere di cercarlo.

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro, un’agenzia specializzata delle Nazioni Unite, definisce “disoccupati” solamente quelle persone che hanno cercato attivamente lavoro almeno una volta negli ultimi 30 giorni. Secondo l’Eurostat, l’agenzia di statistica dell’Unione Europea, nel primo trimestre del 2015 quasi 4,5 milioni di italiani che vorrebbero lavorare non si sono attivati per cercare un impiego e quindi sono stati esclusi dalla conta dei disoccupati. Si tratta del numero più alto da quando è cominciata la raccolta di questo tipo di dati, nel 1998.

viaI disoccupati che non cercano lavoro – Il Post.

La dichiarazione dei diritti in internet

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Internet ha contribuito in maniera decisiva a ridefinire lo spazio pubblico e privato, a strutturare i rapporti tra le persone e tra queste e le Istituzioni. Ha cancellato confini e ha costruito modalità nuove di produzione e utilizzazione della conoscenza. Ha ampliato le possibilità di intervento diretto delle persone nella sfera pubblica. Ha modificato l’organizzazione del lavoro. Ha consentito lo sviluppo di una società più aperta e libera. Internet deve essere considerata come una risorsa globale e che risponde al criterio della universalità.

L’Unione europea è oggi la regione del mondo dove è più elevata la tutela costituzionale dei dati personali, esplicitamente riconosciuta dall’articolo 8 della Carta dei diritti fondamentali, che costituisce il riferimento necessario per una specificazione dei principi riguardanti il funzionamento di Internet, anche in una prospettiva globale.

Questa Dichiarazione dei diritti in Internet è fondata sul pieno riconoscimento di libertà, eguaglianza, dignità e diversità di ogni persona. La garanzia di questi diritti è condizione necessaria perché sia assicurato il funzionamento democratico delle Istituzioni, e perché si eviti il prevalere di poteri pubblici e privati che possano portare ad una società della sorveglianza, del controllo e della selezione sociale. Internet si configura come uno spazio sempre più importante per l’autorganizzazione delle persone e dei gruppi e come uno strumento essenziale per promuovere la partecipazione individuale e collettiva ai processi democratici e l’eguaglianza sostanziale.

I principi riguardanti Internet tengono conto anche del suo configurarsi come uno spazio economico che rende possibili innovazione, corretta competizione e crescita in un contesto democratico.

Una Dichiarazione dei diritti di Internet è strumento indispensabile per dare fondamento costituzionale a principi e diritti nella dimensione sovranazionale.

il testo completo lo trovate qui

Salario minimo: la difficile scelta del livello

Un livello troppo basso di salario minimo sarebbe chiaramente inutile, se non addirittura una potenziale base per l’abbassamento degli stipendi. D’altra parte, se fissato a un livello eccessivo, il minimo legale rischia di creare disoccupazione e lavoro nero. Il calcolo del livello minimo è quindi cruciale. E non semplice. Innanzitutto, un salario minimo legale dovrebbe essere proporzionato alla produttività del lavoro. Se il salario eccede il valore del prodotto di un lavoratore, si crea una situazione non sostenibile per l’impresa, che decide di non assumere o di assumere in nero. Il grafico sottostante mostra i livelli di salario minimo reale (in dollari americani), misurati sull’asse verticale di sinistra, e i livelli di produttività, misurati sull’asse di destra, dei paesi Ocse. Per il salario, si va da un massimo di 10,80 dollari in Lussemburgo a un minimo di 0,80 dollari in Messico. Questi valori sono reali, quindi tengono conto della differenza di potere d’acquisto presente fra i paesi in questione. Inoltre, i dati risalgono al 2013 e non comprendono gli Stati che hanno introdotto il salario minimo di recente, come la Germania.

viaSalario minimo: la difficile scelta del livello | Gruppo Tortuga.

Perché sarà la povertà (e non la Grande Bellezza) a salvare l’Italia

Goffredo Parise – sulle medesime pagine del “Corriere della Sera” in cui Pasolini pubblicava i suoi affondi chirurgici al cuore della mutazione in atto negli anni Settanta – poteva portare avanti con la sua proverbiale elegante semplicità questo geniale ribaltamento dei (neonati, allora) paradigmi consumistici: «Povertà non è miseria, come credono i miei obiettori di sinistra. Povertà non è “comunismo”, come credono i miei rozzi obiettori di destra. Povertà è una ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. (…) Povertà è assaporare (non semplicemente ingurgitare in modo nevroticamente obbediente) un cibo: il pane, l’olio, il pomodoro, la pasta, il vino, che sono i prodotti del nostro paese; imparando a conoscere questi prodotti si impara anche a distinguere gli imbrogli e a protestare, a rifiutare. Povertà significa, insomma, educazione elementare delle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita». L’articolo si intitola “Il rimedio è la povertà”, e fu pubblicato il 30 giugno 1974 e nel volume “Dobbiamo disobbedire” (Adelphi 2013, pp. 18-19).

In questa differenza sostanziale tra povertà e miseria si gioca ancora oggi gran parte della questione italiana: urge una nozione nuovamente impegnativa e audace della nostra identità collettiva, da contrapporre all’insopportabile arrendevolezza e passività che ci circonda; una nozione in grado di riscoprire l’“educazione elementare delle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita”.

viaPerché sarà la povertà (e non la Grande Bellezza) a salvare l’Italia | Linkiesta.it.

L’importanza di un accordo Europa-Cina, per contrastare gli Stati Uniti

Poco più di trenta anni fa, nel marzo del 1982, la Cina siglava il primo trattato di investimento bilaterale (Bit) con un Paese membro dell’Unione Europea, la Svezia. Dal giorno di quello storico accordo, la Cina ha ormai sottoscritto trattati di investimento bilaterale con tutti gli Stati membri dell’Unione, ad eccezione dell’Irlanda, facilitando in questo modo il flusso di investimenti che ha contribuito alla crescita economica del Paese.

Gli attuali 27 accordi vincolanti tra i Paesi Ue e la Cina presentano caratteristiche fra loro differenti a seconda dello specifico periodo in cui sono stati siglati e del potere contrattuale esercitato dal singolo Stato.

A seguito dei numerosi cambiamenti economici e politici avvenuti nel corso delle ultime decadi la presenza di uno scenario così altamente frammentato all’interno degli accordi Europa-Cina appare insostenibile. Da un lato, l’incredibile sviluppo economico sostenuto dalla Cina nel corso degli ultimi anni ha drasticamente cambiato lo scenario di investimenti e commercio internazionale, dall’altro il rafforzamento dell’Ue ha portato alla centralizzazione a livello europeo di alcune importanti materie precedentemente di competenza delle singole nazioni.

viaL’importanza di un accordo Europa-Cina, per contrastare gli Stati Uniti | Linkiesta.it.

Loro sono fannulloni, garantiti, incompetenti. Ma la colpa è anche nostra

Qualcuno, non da ieri o da oggi, ma da decenni, sta bruciando il nostro petrolio, quel patrimonio di arte, storia, cultura, paesaggi che dovrebbero farci essere la prima meta turistica del mondo, per distacco.

Qualcuno da decenni, sta bruciando il nostro petrolio, quel patrimonio di arte, storia, cultura, paesaggi che dovrebbero farci essere la prima meta turistica del mondo, per distacco

Se non lo è, è per colpa di lavoratori che non hanno la benché minima consapevolezza del loro ruolo economico e sociale e del danno che producono  con i loro comportamenti. Di amministratori e manager che hanno fatto il loro lavoro peggio che potevano. Di sindacati incapaci di distinguere un privilegio da un diritto acquisito. Di politici che nel migliore dei casi hanno alzato le braccia, impotenti, di fronte allo sfascio, e fanno un po’ di ammuina quando il bubbone esplode.

Quel che dobbiamo chiederci è perché stiamo lì a guardare.

viaLoro sono fannulloni, garantiti, incompetenti. Ma la colpa è anche nostra | Linkiesta.it.

L’Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi

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Mentre la crisi sembra finalmente allentare la sua presa è ancora più importante avere un’idea di futuro e capire il posto che vogliamo che l’Italia occupi nel mondo. Mentre dobbiamo fare i conti con nostri i mali antichi – non solo il debito pubblico, ma le disuguaglianze sociali, la disoccupazione, l’illegalità, una burocrazia spesso opprimente, il Sud che perde contatto – sapremo raccogliere le sfide e le grandi opportunità di questa epoca? Saremo in grado di agganciare le tendenze che possono scongiurare nuovi anni di crescita anemica? La richiesta crescente, e anticiclica, di made in Italy; il record di turisti extraeuropei che visitano il nostro Paese; l’attenzione alla sostenibilità ambientale, che cresce a livello globale e sta permeando il nostro sistema industriale; la voglia del cibo italiano (che spinge fino a 60 mld il fatturato dell’italian sounding), della creatività dei nostri produttori, della bellezza dei nostri prodotti, della cultura.

Nella crisi abbiamo imparato che non ha chance un approccio alla De Filippo: “Ha da passa’ `a nuttata”. Solo se punta sui talenti che il mondo le riconosce, se rinnova le sue tradizioni col linguaggio dell’innovazione e della green economy; se guarda all’estero tenendo ben saldi i piedi sui territori, nelle comunità e nei distretti; solo scegliendo la bellezza e la cultura – magari attraverso gli occhi dell’economia della condivisione – l’Italia avrà un futuro alla sua all’altezza. E’ l’Italia che fa l’Italia quella che ha successo nel mondo, che guadagna appeal nei 5 continenti e batte la concorrenza.

viaIO SONO CULTURA 2015 – L’Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi – IO SONO CULTURA 2015 – L’Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi – ARTICOLO.

Le promesse di Renzi sul tax free

Una delle prime manovre annunciate dall’attuale governo ha avuto come oggetto la cultura e come slogan il cosiddetto Artbonus. Con tale strumento (fra l’altro molto migliorabile) il team di Renzi voleva intraprendere una conversazione di tipo comunicativo con una larga parte dell’elettorato italiano, che lamentava nelle precedenti legislature una scarsa attenzione alle grandi opportunità fornite dal sistema culturale e turistico italiano.

Per un attimo, in molti avranno pensato che un disegno di legge perfettibile era pur sempre meglio di niente, cercando speranzosi indizi di un processo di razionalizzazione della cultura in Italia, se non altro un tiepido ma pur flebile inizio di un nuovo e costruttivo dialogo tra cultura, turismo e imprese.  Ma, ovviamente, i molti si son dovuti ricredere. Perché non solo il disegno di legge era perfettibile, ma anche inapplicato per molti aspetti. Uno dei tanti è proprio quello relativo al tax free.

viaLe promesse di Renzi sul tax free | Artribune.

Indagine risparmio e scelte finanziarie degli italiani 2015

La svolta del 2015 è per lo più dovuta alla riduzione dell’incertezza che congelava le decisioni delle famiglie. Nonostante la ripresa appaia nell’andamento di numerose variabili reali, nell’edizione di quest’anno dell’indagine prevalgono ancora la cautela e la prudenza: la percezione dei miglioramenti deve ancora trasmettersi in pieno alle famiglie e trasformarsi in decisioni di spesa, come dimostrano gli andamenti del risparmio e dei consumi.

Quanto al reddito, l’indagine conferma che si è quasi arrestata la tendenza a dichiararlo in calo rispetto alle necessità del tenore di vita.

Nel 2015 il numero di soggetti completamente indipendenti dal punto di vista finanziario si mantiene pressoché ai livelli del 2014 (circa 86 per cento), anche se si assiste ancora allo

«scivolamento» di una piccola parte del campione dall’area dell’indipendenza solo parziale a quella della totale dipendenza. Nel confronto con l’anno passato, si rileva un peggioramento della situazione per le donne e per le fasce d’età più giovani (meno di 25 anni).

viaIndagine risparmio e scelte finanziarie degli italiani 2015 | Doxa.

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